| Gibellina dopo il terremoto del 1968, che la rase al suolo, venne completamente ricostruita a venti chilometri di distanza dal sito originale. Urbanisticamente la nuova città doveva essere incentrata su di un asse longitudinale caratterizzato dalla presenza di un macro-organismo lineare [progettato dal gruppo Vittorio Gregotti, Gianni Pirrone, Alberto Samonà e Giuseppe Samonà] composto dagli edifici del Centro civico, commerciale e culturale. La nuova Chiesa ne era una parte preminente sia per il posizione baricentrica all'interno della struttura geometrico-spaziale dell'organismo, sia per la sua stessa collocazione orografica posta sulla sommità di una leggera collina, nel punto più alto del paese. A tutt'oggi del Centro civico ne è stato realizzato una parte [il Municipio e le vicine abitazioni
costruite da Ungers], rendendone illeggibili le ragioni progettuali che portarono alla collocazione della Chiesa e del Municipio dove oggi li vediamo. Il "contesto virtuale [o] tabula rasa"[1] proprie di una città di fondazione, e l'impossibilità di un confronto dialettico con un ambiente antropizzato e stratificato come la città storica, indirizzano la riflessione pre-progettuale su significati propri dell'architettura, sulle implicazioni sociali e simboliche dell'edificio pubblico. Quest'ultimo è stato da sempre inteso come la sintesi dei "valori comuni", e di conseguenza, reso "eloquente attraverso una immagine sintetica con qualità figurali sia negli aspetti esteriori che in quelli interiori [...]. Una forma potente, comprensiva che non ammette discussioni" [2]. L'eloquenza simbolica si materializza in una sintesi combinatoria sincronica, basata sulla libera
associazione d'analogia formale e rappresentativa. L'impianto generale della pianta dell'edificio è strutturato sulla geometria del quadrato di circa 50 metri per lato ulteriormente diviso in moduli e sottomoduli, mentre il centro simbolico e geometrico del monumento è affidato ad una grande sfera liscia di cemento. Nelle forme prevalgono "[...] i dolorosi incastri tra volumi o materiali diversi [creando] un luogo introverso e autoriflessivo, un'indagine sulla forma dell'edificio religioso e sulla possibilità di una 'manipolazione e traduzione'[...]. 'All'esterno', spiega Quaroni, 'si è cercato di visualizzare fortemente il contrasto tra la cupola-abside e il resto dell'edificio': la prima infatti appare come smaterializzata, con un rivestimento azzurro-turchese, mentre tutto il resto dell'edificio e costruito con una robusta intelaiatura di cemento a vista, prescritta dalle norme antisismiche,
riempita della pietra giallo-oro tipica della regione" [3]. La regolarità ed il rigore geometrico dell'impianto architettonico qui può essere inteso con toni sì ordinatori, ma anche "disgreganti": la modularità è strumento utile alla scomposizione dell'edificio in blocchi differenti [con diverse desinazioni d'uso], marcati attraverso anditi che figurativamente tengono distinti i volumi. Il riferimento kahniano all'uso del quadrato ed alla s-composizione modulare, qui viene interpretato con toni drammatici e placato, "illuministicamente", dalla posa centrale della grande sfera-abside-cupola. L'inserimento di quest'ultima consente con grande chiarezza di definire l'impianto mono-centrico [riconducibile, schematicamente, ad una composizione a "pianta centrale"], operando una sintesi storico-simbolica: la cupola, nella storia delle forme, traduce matericamente l'idea del sacro e del mistico sia in occidente come in
oriente, ed in terra di Sicilia il riferimento all'architettura islamica sembra più che giustificata [la moschea più esplicitamente, ma anche il "qasr" o palazzo-fortezza arabo in modo più mediato]. Alla sensibile interpretazione del nuovo edificio religioso si contrappongono le dure difficoltà realizzative. Tra la progettazione e la realizzazione dell'edificio passano circa 15 anni [progetto del '70-72, approvazione nel 1984 ed inizio lavori nel 1986 distinti in due lotti], ritardo causato da un iter politico-amministrativo difficoltoso, con modifiche al progetto originale [curato negli ultimi anni da Luisa Anversa e Giangiacomo D'Ardia] come la rotazione di novanta gradi dell'edificio voluta dall'amministrazione comunale. La struttura ed il rivestimento della cupola sono cambiati dopo la scomparsa del calcolista Sergio Musumeci, con la
modifica apportata all'intelaiatura strutturale diventata più pesante ed il rivestimento non più azzurro-turchese ma sostituito da un intonaco bianco [l'interno doveva essere rivestita di mosaico d'oro e illuminata fortemente da lampade nascoste al suo interno stesso]. Nell'agosto del 1994 crolla la copertura piana dell'aula dei fedeli, lasciandola, suggestivamente e drammaticamente, a cielo aperto. La copertura originaria in calcestruzzo armato dovrebbe essere sostituita da una articolata struttura metallica a traliccio. A tutt'oggi l'edificio è quasi compromesso, recando segni di degrado per il prematuro abbandono. [f.a.] |


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[1] [3] Pippo Ciorra, Ludovico Quaroni, 1911-1987, opere e progetti, Documenti di architettura, Electa, 1989, Milano, pagg. 142-147
[2] Christian Norberg-Schultz, L'abitare, Electa, Milano, 1984
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Chiesa parrocchiale a Gibellina
progetto: 1970-72
realizzazione: 1985
Ludovico Quaroni, Luisa Anversa, Sergio Musmeci, Giangiacomo D'Ardia e Livio Quaroni.
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