| Pierluigi Nicolin, nel libro Belice 1980 [Verso i templi, pag. 155], presentando i progetti per le Cave di Cusa e Segesta traccia una ipotesi di lettura attraverso la formulazione di alcune domande: "Le rovine monumentali in virtu' della [loro] incompiutezza [...] stimolano a produrre gli elementi necessari alla loro comprensione. [...] Come accostarsi a questa esperienza? Come trattare il percorso di avvicinamento? [...] come staccarsi dall'ambiente moderno?". Nel caso di Segesta, il tempio ed il teatro, rappresentano l'immagine più rappresentativa del territorio evocando un tempo passato difficilmente ricostruibile, se non attraverso mezzi e strumenti che inneschino la suggestione del "trapasso" o, meglio, del "salto nel tempo". Le premesse al progetto si basano su una lettura morfologica del luogo: "[il teatro] scavato su una parete rocciosa in fortissima
pendenza, ha nel paesaggio la sua sua scena, [il tempio] emerge da un rigonfiamento del suolo, reso evidente da una profonda forra, ricca di vegetazione, scavata da un torrente"[1]. La presenza della forra [Vallone della Fusa], una profonda gola scavata dal torrente Pispisa, costituirà il primo "passaggio fra il territorio di oggi [...] ed il territorio dell'antichità svelata" e costruirà una nuova interpretazione del legame tra paesaggio ed organismo architettonico. L'organizzazione del percorso parte da un edificio che appartiene ancora al sistema autostradale, adibito alle attività connesse al flusso dei visitatori. Quest'ultimi di seguito percorreranno un sentiero che penetrerà all'interno della forra ed arrivati in corrispondenza del Tempio si accederà ad un pozzo d'accesso scavato nel costone roccioso. Il pozzo "Pesca in basso nella profondità della forra, si conclude in alto in una copertura conica forata da un occhio
aperto sul cielo." [2]. La risalita sarà affidata ad una rampa elicoidale fiancheggiata da frammenti archeologici ed aperta in due punti sulla forra con due logge di riposo. In cima il percorso terminerà con un sistema di cordonate e scale che farà sorgere lentamente il tempio alla vista del visitatore. Da qui un sentiero condurrà al teatro. La struttura ipogea costituisce il secondo filtro di "salto nel tempo" manipolando strumenti propri del luogo: il cambio termico tra la frescura umida della forra e il calore della luce di superficie e la stessa modulazione della luce con contrasti chiaroscurali che "[...] alludono a quel rapporto arcano, tra luce ed inferi, che legava il tempio al suo sito [...]" [3]. Questi elementi dovrebbero condizionare lo stato d'animo del visitatore e condurlo alla "fisica" percezione del "passaggio" ed avvicinamento ad una diversa "realtà" dimensionale. L'indagine
mette in evidenza energie e risorse idrologiche, botaniche e climatiche, "la sostanza ed il processo creativo di un paesaggio visibile e determinato in se", interpretate e materializzate in un organismo architettonico assonante al pozzo orvietano di Sangallo il Giovane: un operazione, nel generale, di recupero metastorico di elementi latenti e preformati, rivelando potenzialità inespresse attraveso la lettura ambientale del paesaggio e l'utilizzo analogico di "prestiti" pescati dalla storia delle forme, disponibili al "trasferimento" sotto forma di citazione. [f.a.] |

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[1] [3] Augusto Cagnardi, Belice 1980, Marsilio, Venezia, 1981, pag. 157;
[2] Francesco Venezia, l'architettura, gli scritti, la critica, Documenti di architettura, Electa, Milano 1998, pag. 77.
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Progetto per l'accesso al tempio di Segesta
1980
progetto redatto nell'ambito del seminario di progettazione "Belice '80"
Francesco Venezia, Marcella Aprile, Paolo Di Caterina, Anna Amato, Ignazio Schillaci e Stefano Maria.
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